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In memoria di coloro che costruirono Sammezzano.

Un omaggio al suo visionario creatore e ai lavoratori che lo hanno costruito, mattone su mattone, stucco dopo stucco.

Ieri era il 1° maggio, Festa del Lavoro e dei Lavoratori, abbiamo deciso di dedicare un pensiero In memoria di coloro che costruirono Sammezzano.
Ci siamo presi una pausa di riflessione e di rigenerazione, in vista del lavoro che ci aspetta nei prossimi mesi.
Oggi vogliamo ricordare il lavoro, lo studio, la creatività, l’ingegno e l’impegno immane che hanno portato alla meraviglia unica e irripetibile che è il Castello di Sammezzano.
Frutto, innanzitutto, di “studio matto e disperatissimo” di leopardiana memoria (paragonabile a quello dei 7 anni passati da Giacomo Leopardi nella biblioteca paterna) e poi dei grandi lavori di ampliamento e ristrutturazione della fortezza preesistente e di tutto il parco circostante che il Marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona ha progettato e coordinato, impiegando solo maestranze locali per più di 40 anni.
 
Dedichiamo questo articolo soprattutto a loro, a tutti coloro che hanno lavorato duramente per costruire un’opera che merita di essere salvaguardata e tramandata ai posteri, perché è un patrimonio culturale di inestimabile valore ed è parte della nostra storia e dell’umanità intera.
Partiamo dallo studio. Nell’Inghilterra del primo Ottocento, tutti gli stili esotici trovano ammiratori e imitatori (basti pensare al Royal Pavillon di Brighton) e si susseguono una serie di pubblicazioni dedicate all’architettura orientale, soprattutto quella araba e moresca, fino all’opera più famosa e importante, quella che consacra la notorietà dell’Alhambra.
 
Si tratta del libro di Owens JonesPlants, Elevations, Sections and Details of the Alhambra’, edito in due volumi nel 1842 e nel 1845, dove, oltre alla nota storica, c’è un’ampia serie di tavole, di cui molte a colori, con piante, sezioni e dettagli del monumento di Granada.
A metà ottocento la corrente culturale e artistica dell’Orientalismo divampa in Europa e Firenze è uno dei principali centri di dibattito e diffusione.
Come dice Maria Cristina Tonelli nel famoso articolo del 1982 su FMR, la nota rivista di Franco Maria Ricci, le origini di Sammezzano vanno cercate nella cultura inglese “la cui circolazione nella Firenze granducale e unitaria era ampia e vivace, tanto da costituire, per i fiorentini colti, uno dei filtri principali della cultura europea”.
 
Sulla base delle iscrizioni presenti nel Castello stesso, si può pensare che il Marchese abbia iniziato a concepire la sua dimora da “Le Mille e una notte” proprio negli anni ’40 dell’Ottocento.
Gli studiosi concordano nel dire, infatti, che i primi interventi sono stati realizzati non prima del 1843 e neppure dopo il 1853, prima data riportata nelle iscrizioni delle sale e, precisamente, nel vestibolo : “Questa sala inventò ed eseguì il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona l’anno di nostra salute 1853”.
 
Sono proprio gli anni di maggior diffusione della fortuna dell’Alhambra data dal testo di Owen Jones, di cui Ferdinando era certamente informato non solo per la frequentazione della cultura internazionale nella Firenze del tempo, ma anche per la presenza del libro di Owens Jones nel Fondo Palatino della Biblioteca Nazionale di Firenze.
Ma è la Sala Bianca o Sala da Ballo – un grande ottagono bianco dove una lapide all’interno della cupola che lo sovrasta riporta la data del 1863 – quella in cui lo stile moresco si manifesta al massimo del suo splendore perché unisce la riproduzione filologica del modello “Alhambra” alla genialità compositiva del suo creatore. E’ questo che la rende incantevole e indimenticabile nella sua unicità.
 
Altre date certe, riportate nelle iscrizioni, sono quelle della Galleria delle Stalattiti: 1862 e 1870. Quest’ultima è nascosta tra stucchi e colori, dove si trova la frase in latino“Pudet dicere sed verum est publicani scorta – latrones et proxenetae italiam capiunt vorantque nec de hoc doleo sed quia mala – omnia nos meruisse censeo anno domini MDCCCLXX” che significa: “Mi vergogno a dirlo ma è vero: esattori, prostitute, ladri e sensali tengono in pugno l’Italia e la divorano, ma non di questo mi dolgo, ma del fatto che ce lo siamo meritati. Anno del Signore 1870”).
L’ultima data è quella della Torre centrale che riporta scolpita la data del 1889.
 
Ricordiamo che l’iscrizione nella Galleria delle Stalattiti è solo una delle tante disseminate nel Castello e che tutto il percorso tra una sala e l’altra è intriso del pensiero del marchese Panciatichi: ogni particolare nasconde un pensiero che ci parla della sua cultura, ampia e profonda, della sua filosofia e delle sue delusioni per la politica del tempo. Ogni iscrizione ci sorprende e ci fa riflettere.
 
Ma la cosa più sorprendente è il vasto campionario di stili orientali, tutti rappresentati alla perfezione e con una magnificenza e una cura dei particolari, oltre che combinazioni di colori ed effetti di luce, che non hanno pari in Occidente.
In oltre quaranta anni, il Marchese Ferdinando Panciatichi ha ideato, progettato, finanziato e realizzato questo luogo, sovrintendendo egli stesso alla messa in opera del suo Sogno d’Oriente, leggendo i resoconti dei viaggiatori e studiando i libri d’arte fino a diventare così colto da disegnare egli stesso le architetture, i disegni e i decori che tuttora sono visibili nelle sale del Castello.
Non viaggiò mai in Oriente. Eppure, camminando nelle sale del piano monumentale, si è trasportati in quei luoghi lontani: Spagna e India, Cina e Iran, fino all’antica Bisanzio.
 
Ogni sala, ogni atrio, ogni corridoio, caratterizzati dalla più ampia libertà nell’accostamento degli ornati, sfruttano la sintassi decorativa del linguaggio moresco. …. Dal pavimento al soffitto si alternano tessere di mosaico, piastrelle coloratissime, ricami di gesso, iscrizioni, archi a ferro di cavallo, colonne dai più vari capitelli, rosette, nicchie con vasi e coperture realizzate ora con stalattiti terminanti con specchietti, ora con spicchi di stucco suddivisi in piccoli esagoni chiusi da vetri colorati, ora con ventagli, ora con ricercati piatti in ceramica: in una geometria accuratissima e in un calibrato gioco di referenze…” (M.C. Tonelli, cit.).
 
Tutto questo non è stato realizzato da maestranze provenienti da paesi orientali. Tutti gli stucchi, i decori, le piastrelle, i mosaici sono stati realizzati da manodopera locale, adeguatamente istruita dal marchese Panciatichi stesso. La fornace, che egli fece appositamente costruire nel parco, ha fornito tutti i mattoni e gli altri materiali edilizi necessari.
 
La fornace che il Panciatichi allestisce nel parco di quello che sarà il castello di Sammezzano, garantisce la fornitura di materiale edilizio, evitando una sterile ricerca sul mercato. Nonostante la sua partecipazione alla contemporanea vita politica e culturale, egli si lancia nella sua grandiosa impresa con assoluta certezza, superando le difficoltà contingenti, per dar vita non certo a quello che oggi chiameremmo un folle sogno, ma ad un esempio di riproduzione filologicamente fedele, sostenuto da una sicurezza positivista nelle possibilità intellettive e materiali dell’epoca.(M.C. Tonelli, cit.)
 
[Maria Cristina Tonelli, “Alhambra Anastatica” in FMR n.4, giugno 1982]
 
Testo a cura di Nunzia Pandoli
 
 
Ricordiamo che visitare Sammezzano non è al momento possibile, ovvero nessuno può partecipare a visite a Sammezzano. Quindi, purtroppo, l’unica risposta alla domanda “Sammezzano è visitabile?” è “No”.

Autore dell'articolo: Cristina Mantovani

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