Sammezzano: il mio incontro con una gemma (in)dimenticata

~Premessa~

Rispetto ai miei articoli precedenti, sarà facile notare, per i miei lettori, un tono più confidenziale in questo mio nuovo contributo; un tono a tratti più consono ad una pagina di diario che ad un articolo. Spero tuttavia che il valore contenutistico e la godibilità di lettura non siano compromesse da questo temporaneo cambio di registro.

 

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Non ricordo esattamente come io sia venuto a conoscenza di Sammezzano, del suo parco e del suo castello. I miei interessi sono certamente molteplici; Internet poi, ci aiuta per sua natura a navigare assecondando i nostri pensieri associativi. Da cosa nasce cosa; se si è innamorati dell’ arte e della sua storia, un motivo decorativo può guidarci da un secolo ad un altro o da un continente ad un altro, in pochissimi secondi, durante la nostra investigazione. Una cosa però, la ricordo perfettamente. È una sensazione di umile contemplazione alla quale mi sento obbligato quando mi trovo di fronte ad una realtà che esprima una verità evidente e misteriosa. Una verità, visto che “ars longa vita brevis”, che ha carattere immortale. Oltre a questa sensazione, ho provato anche una benevola e familiare soddisfazione nello scoprire che il castello di Sammezzano si trovasse in Italia; una soddisfazione che si è fatta presto strada arrivando ad una sana forma di orgoglio.

Se si vive fuori dal nostro Paese da lunghi anni, non è affatto scontato sentirsi sempre e comunque orgogliosi di essere italiani. Parlo per me, ovviamente. Non fraintendiamoci; chi vive all’Estero come chi scrive, ama forse l’Italia in maniera ancora più passionale di chi viva sul territorio nazionale. Tuttavia, appare sin troppo evidente una certa mancanza di coscienza storica e di rispetto verso la nostra eredità culturale da parte di un segmento della nostra classe dirigente e da una parte della cittadinanza.

La nostra eredità culturale, appunto, suscita in me i migliori sentimenti, ricordandomi in un sol colpo che le mie radici non sono lontane, e che in fondo, io sia una sola cosa con esse.

Arrivo a Londra a 24 anni, con un bagaglio di esperienze composito; figlio di una madre diplomata nella lavorazione dei gioielli(specializzazione nella modellazione del corallo), ed un padre antiquario, non posso che immergermi nella Albione del Gotico, del Neoclassico, del Neo Gotico Vittoriano e del Preraffaellismo più romantico, peraltro da sempre amato.

Quasi naturale, quindi, notare come il Victoria & Albert Museum abbia lasciato un segno profondo nella mia coscienza esplorativa, dato che parliamo qui del museo di arti decorative più vasto del Globo. Dai mobili antichi (imparati ad apprezzare durante l’infanzia), si arriva a vetrate, ceramiche, ferro battuto e persino materiali sintetici, nella sezione “moderna”. Un bel viaggio; dove bello dev’essere letto come “indimenticabile”. Come potevo dunque, dopo aver affinato occhio ed immaginazione, sentimento e percezione in quel luogo così inequivocabilmente unico, non interessarmi al Castello di Sammezzano, incarnazione dell’arte decorativa nella sua essenza?

Parliamo di 65 stanze, ciascuna delle quali specialmente decorata, con richiami cangianti all’Impero Ottomano, all’India con tutte le sue diversità territoriali, alla Persia, all’Estremo Oriente…

Tutto questo, ad opera di un uomo (un genio) di nome Ximenes di Aragona. Un uomo che mai ebbe a viaggiare fuori dai confini della nostra Europa. Certo, non neghiamolo: leggere È viaggiare. Eppure non tutti sono capaci di immaginare a certi livelli, di comprendere i nessi superiori tra le informazioni ricevute. Ximenes partecipa alla Grande Esibizione di Londra del 1851, quella stessa esibizione che darà l’impulso primario alla creazione del Victoria & Albert Museum, sopra citato. Ximenes osserva, compara ciò che vede esposto alle sue nozioni ottenute nelle lunghe ore di lettura. Ricordiamo che l’Impero Britannico era pari, a quel tempo, a circa un terzo del mondo conosciuto.

Cosa comprende, lo Ximenes filosofo ed intellettuale? L’ interpretazione ermetica della realtà gli bussa dentro: la natura è un libro che l’uomo ha il dovere di capire e approfondire; l’architettura dovrà quindi carpire e condividerne i segreti e rivelarli agli iniziati in un modo totalmente speciale.

Tutto, a Sammezzano, è simbolo. Ciò che tecnicamente è un’incredibile esplosione di colore, è in realtà un rimando costante a realtà invisibili.

“NON PLUS ULTRA” ci avverte Ximenes, nella sala d’ingresso del suo castello, suo non solo perchè lo eredita e quindi gli appartiene, ma suo anche e soprattutto perchè lo plasmerà sino a portarlo alla metamorfosi frutto della quale è il risultato che oggi possiamo ammirare. NON-PLUS-ULTRA. Significa: immagina, o ospite. Io (Ximenes) posso portarti sino a questa soglia. Oltre questa, spetta a te saper volare con la tua mente.

Si potrebbe parlare di metafisica dell’architettura; tuttavia Ximenes non è solo elegante, ma è anche capace di grande umorismo nell’esserlo.  Sdrammatizza la grandezza di cui egli stesso è artefice e protagonista. Il Nostro ci dimostra in continuazione come immaginazione ed ironia siano doti tipiche degli uomini liberi.

Essendo egli nobile aragonese, si batte per l’unità d’Italia. A Reggello, poco distante da Firenze, inevitabile culla del Rinascimento, crea Sammezzano, un esempio di Orientalismo totalmente libero da paragoni e legami scontati. Non aderì mai a certi circoli importanti specialmente nella seconda metà dell’800, proprio per via di questo suo desiderio di libertà, di unicità, persino spregiudicatezza verso i canoni sociali dell’epoca. Ed immaginò il luogo di cui abbiamo parlato, in possente solitudine, forse in lucida follia; luogo dove poter sognare la sua vita (o le sue vite) indisturbato.

Indicato da molti come tra i più sublimi esempi di Orientalismo in Europa (qualcuno si spinge anche oltre), il Castello di Sammezzano è oggi chiuso al pubblico, abbandonato da quasi 25 anni. Alcune sale resistono all’abbandono, altre non godono di ottima salute; altre ancora cadono a pezzi. È forse un monito del Destino?

Un luogo che fa da ponte tra immaginato e reale non ha quasi più motivo di esistere, in un tempo dove tutto deve avere una funzione immediata, un tempo dove sognare è proibito se non produce denari? Difficile rispondere. Forse alcune risposte che possono ferirci, vanno comunque considerate. La mia risposta è che proprio perché i tempi in cui viviamo sono così aridi, dobbiamo valorizzare l’opera di chi ci spinge a sognare. Proprio perché tutto diventa banale, abbiamo il dovere di tornare a vivere in maniera speciale, al di lá di ogni retorica. E Sammezzano è certamente simbolo di una visione della vita unica, speciale.

Avrà tale visione giustizia? Quanti si interesseranno nel vedere un sogno salvato non solo a nostro beneficio, ma anche a quello delle future generazioni? Dovrà la nostra amata Italia, sopportare le ennesime, umilianti, tirate d’orecchio provenienti dall’Estero per capire, o troveremo la forza e la dignità di mostrare al Mondo quanto amiamo le nostre bellezze, con attenzioni degne di ciò che abbiamo, di ciò che siamo? Sammezzano attende risposte, immerso nel suo silenzioso mistero, insieme ai pensieri di chi, come chi scrive, ha imparato ad amarlo.

 

Elias G. Fiore

Elias Giorgio Fiore. Nato ad Alghero, città catalana in Sardegna, emigra a Londra nel 2007. Attualmente collabora a due progetti editoriali (Opinione Pubblica e Policlic). È anche musicista con un album cantautorale in lingua inglese, sotto il nome di Selian’s Daydream.

Autore dell'articolo: Francesco Esposito

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