Sammezzano raccontato dall’Architetto Masiello della Soprintendenza: passato, criticità e una nuova speranza

Di seguito proponiamo ai nostri lettori un estratto di grande interesse tratto da uno scritto dell’architetto Emanuele Masiello, funzionario direttivo della Soprintendenza di Firenze nonché incaricato delle attività di vigilanza e controllo sul complesso di Sammezzano. Il testo, pubblicato nel maggio 2024 dalla sezione fiorentina di Italia Nostra, conserva oggi un valore ancora più significativo: a distanza di due anni, infatti, offre una chiave di lettura lucida e documentata per comprendere non solo il passato del Castello di Sammezzano, ma anche le dinamiche che ne condizionano il presente.

Attraverso una ricostruzione attenta e appassionata, l’architetto Masiello ripercorre l’ultimo secolo di storia di Sammezzano, mettendo in luce le peculiarità artistiche e architettoniche del complesso e, al tempo stesso, le criticità che ne hanno segnato il destino. Una testimonianza preziosa, che riteniamo utile condividere oggi per contribuire a una riflessione più ampia e consapevole sul futuro di uno dei beni culturali più straordinari e fragili del nostro Paese.

[…] non può sminuire l’esigenza di smuovere una stasi che dura da anni, e che di certo non giova al mantenimento in buone condizioni dell’insieme dei beni di Sammezzano, tutelati culturalmente in quanto di eccezionale pregio, costituiti da un grande parco ove svettano tra l’altro alcune rarissime sequoie giganti (che pervennero dal Nord-America), e da tante costruzioni tra cui spiccano, oltre alle numerose case coloniche tradizionali, i fabbricati divenuti giustamente famosi per essere stati improntati dal marchese Panciatichi, nel corso della seconda metà dell’800, ai fasti eclettici dell’arte orientale (e islamica in primis).

Per via di ragionamenti non certo astrusi, il marchese compì tale scelta giungendo a considerare l’arte orientale superiore a quella occidentale, per il motivo che essa, specie quella islamica e analogamente a quella ebraica, era sostanzialmente aniconica (non figurativa) e, pertanto, aveva sviluppato alti gradi di perfezione nel campo dell’astrazione, sia geometrica sia fitomorfica e zoomorfica.

In un periodo dominato dai revivals stilistici occidentali (neomedievalismo, neorinascimentalismo, etc.) quella del marchese Panciatichi costituì un’opzione di gusto non certo maggioritaria, ma i cui valori pregnanti furono magistralmente visualizzati nella globale metamorfosi architettonica e artistica che il nobiluomo impresse alla tenuta di Sammezzano. Essi si ammirano appieno specie visitando le sale poste al piano nobile del fabbricato principale (la villa-castello che il marchese utilizzò come sua residenza di campagna), ove tutt’oggi si resta abbagliati dal tripudio mirabolante di forme e cromie, intrise di richiami all’arte orientale, che rendono unica l’esperienza della percezione visiva di Sammezzano, nel panorama toscano e italiano.

Il marchese si compiacque peraltro di inserire negli apparati decorativi anche molte iscrizioni (talvolta utilizzando i caratteri cufici che identificano lo stile calligrafico della lingua araba), le quali paiono alquanto rivelatrici della sua personalità. Sicuramente forte, come attesta il motto “frangar non flectar” (mi piegherò ma non mi spezzerò) leggibile in una delle sale, per niente avvezza a seguire le tendenze dominanti, incline all’enigmaticità e al culto dell’ermeneutica come si evince in altre sale, poliedrica nella coltivazione di interessi vari – oltre all’arte e all’architettura si interessò di politica (fu senatore del Regno), di botanica, di bibliofilia, etc. –, radicale e intransigente nell’assunzione di certe decisioni, come fu la condanna alla segregazione della moglie Giulia di Saint Seigne, accusata di averlo tradito. Sammezzano costituì l’opus magnum dell’intera vita di Ferdinando Panciatichi, i cui meriti sono da considerarsi ancor maggiori se si tiene conto che egli concentrò nella sua persona i ruoli di committente e artefice, pur non essendo un professionista (architetto o ingegnere) ufficialmente titolato ma un semplice dilettante (ossia una persona che fa le cose per diletto o per piacere). Animato però da una passione autentica per l’arte di edificare e per la creatività ornamentale tendente agli effetti sontuosi, peraltro supportate da un’abilità tecnica non trascurabile (impiantò nel parco una fornace per la produzione dei laterizi). Non va comunque sottaciuto che la grande impresa edificatoria di Sammezzano poté attuarsi grazie alle immense ricchezze che il marchese aveva ereditato dagli avi e incrementato nel tempo con lucrosi affari. Ma non voglio dilungarmi nel riscrivere la storia della vita di Ferdinando Panciatichi e di Sammezzano, che del resto è stata delineata in varie pubblicazioni, alle quali potranno sicuramente aggiungersene altre in future occasioni.

Piuttosto, vorrei riferire che fin quando restò in vita il marchese, deceduto nel 1897, è presumibile che Sammezzano si sia mantenuta sostanzialmente in buone condizioni, nel mentre tra l’altro si continuò a edificare e ad apportare finiture alle opere. Lo stesso potrebbe dirsi, mutatis mutandis, durante il periodo in cui la proprietà della tenuta passò a Marianna Panciatichi Ximenes d’Aragona (1835-1919), maritata Paulucci, la figlia del marchese dedita alla botanica, alla ornitologia e alla malacologia.

Non è da escludersi tuttavia che già dai primi decenni del ‘900 abbiano iniziato a manifestarsi i segni di un declino destinato a protrarsi nei decenni successivi, col subentro ai Panciatichi di altri proprietari privati, e malgrado venissero poco dopo emanati, dalla Soprintendenza, i primi provvedimenti di tutela.

Che risalgono al 1925 e traggono forza dalla legge n. 364 del 1909, sulle opere di interesse storico o artistico, e dalla legge n. 688 del 1912 sulle opere quali ville, parchi e giardini.

Come è noto a chi conosce in generale la storia delle vicende connesse alla protezione del patrimonio architettonico, infatti, l’esistenza e/o la permanenza di specifiche tutele di legge non assicura il mantenimento in buone condizioni conservative dei beni che ne siano oggetto.

E tale dato di realtà, purtroppo, è valso anche per Sammezzano che non è sfuggito nel corso dei decenni agli effetti di vicende non certo favorevoli alla preservazione del suo pregio eccezionale. Peraltro, non mancò il tentativo, paradossalmente da parte del ministro pro-tempore Guido Gonella, di indurre la Soprintendenza ad allentare i “vincoli” che limitavano le libertà della proprietà privata, passata nel frattempo a Piero e Germana Oriani, per il motivo (pretestuoso) dei danni subiti dagli edifici e dal parco durante la seconda Guerra Mondiale. La richiesta però non fu accolta, e la tenuta di Sammezzano continuò ad essere tutelata, per effetto delle leggi di Giuseppe Bottai (la n. 1089 e la n. 1479) che erano entrate in vigore nel 1939.

Intorno al 1970, su impulso della società Sammezzano s.p.a., che era stata in precedenza costituita, si prospettò comunque una nuova stagione di prosperità, legata alla creazione di un grande albergo di lusso (con ristorante), che fu poi adibito principalmente alle feste matrimoniali e ad altri eventi improntati al fasto e alla sontuosità. Cosicché Sammezzano, dopo la conclusione dei lavori nel 1973, divenne una sorta di “castello delle cerimonie”, come quello della nota serie televisiva, non però kitsch in quanto finto, ma straordinariamente autentico. Ricordo che la restauratrice Arianna Barchielli, figlia del restauratore Alfio che lavorò per il proprietario di allora che era Narciso Brunori, mi disse che fu una delle ultime persone a sposarsi a Sammezzano, se non ricordo male nel gennaio del 1990.

Malgrado venisse rinnovato nel 1972 il “vincolo” di tutela culturale, non mancarono tuttavia altre grane, come quelle ascrivibili alla costruzione nel 1977-78 del “mostro”, ossia del grande edificio con struttura di cemento armato, progettato dall’architetto Pierluigi Spadolini, destinato a incrementare la ricettività turistica del complesso alberghiero. Alquanto irrispettosamente, esso fu collocato a troppa poca distanza dall’imponente palazzo residenziale del marchese Panciatichi, arrecando di fatto solo danni al contesto ambientale e alla integrità del parco, in quanto restò peraltro incompiuto per il sopraggiungere di traversie giudiziarie e di modifiche normative che lo resero inutilizzabile.

Dopo un lungo periodo di crisi e di predazioni, si giunse quindi al 1999, quando la società Sammezzano s.p.a. venne dal suo presidente Elio Catelani messa all’asta, e acquistata dalla società inglese London & Hereford l.t.d. con sede a Londra, per il tramite della Sammezzano Castle s.r.l.

L’avvenimento parve sulle prime preludere all’avvio di una rinascita per Sammezzano, ma le speranze ben presto si spensero, giacché i nuovi proprietari, malgrado le reiterate dichiarazioni di ottimi intenti, delusero le aspettative di quanti s’erano illusi che il castello e il suo parco tornassero presto a sfavillare.

Invero, mi sono sempre chiesto per quale motivo gli inglesi abbiano comprato Sammezzano, avendo poi fatto pochissimo per metterlo a reddito, fatta eccezione per l’elaborazione di un Piano Unitario di intervento, rimasto inattuato, nel quale però riuscii a fare inserire l’allocazione nella “Casa di Guardia” (situata vicino al palazzo residenziale), di un “Centro internazionale di documentazione e di studio per l’architettura e l’arte orientale”. Di risposte però, sinora, non sono riuscito a riceverne o a darmene”.

Rileggere oggi queste parole, a due anni di distanza, non è un semplice esercizio di memoria, ma un invito a guardare con maggiore consapevolezza a ciò che sta accadendo a Sammezzano proprio in questi mesi. Le riflessioni dell’architetto Masiello sulla lunga “stasi” che ha caratterizzato la Tenuta risuonano infatti con particolare forza nel momento attuale, in cui nuove e favorevoli prospettive di recupero si sono fortunatamente affacciate all’orizzonte.

Come Save Sammezzano, continuiamo a seguire con attenzione ogni sviluppo, felici che, grazie all’intervento della Famiglia Moretti-Fane, il tempo delle attese abbia lasciato spazio a decisioni concrete, trasparenti e realmente orientate alla tutela e alla valorizzazione del complesso. Sammezzano non avrebbe potuto permettersi altri immobilismi né promesse disattese: il suo stato, segnato da decenni di abbandono, necessitava da tempo di interventi urgenti e di una visione chiara.

Se c’è un filo che lega il passato ricostruito in questo testo al presente che stiamo vivendo, è proprio la necessità – più volte richiamata – di superare l’inerzia. Oggi più che mai, questa responsabilità chiama in causa istituzioni, nuova proprietà e società civile. Noi continueremo a fare la nostra parte per sostenere il recupero di Sammezzano recentemente avviato dai MorettiFane, affinché il suo futuro sia finalmente all’altezza della sua storia e della sua bellezza.

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