Intervista Impossibile a Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona: Uno Sguardo al Suo Sammezzano di Oggi

Immaginate di fare un salto nel tempo, non nel passato, ma dal passato al presente. Immaginate di sedervi di fronte a Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, il visionario Marchese che diede vita al nostro amato Castello di Sammezzano. Cosa penserebbe vedendo la sua Tenuta oggi, dopo decenni di abbandono e nel bel mezzo delle attuali discussioni sul suo futuro? Abbiamo provato a immaginarlo, in questa “intervista impossibile”.


Giornalista (G): Marchese, benvenuto nel 2025. Siamo qui a Sammezzano, la sua amata creazione. Il Castello è caduto, purtroppo, in una situazone di semi abbandono per molti anni, ma finalmente ci sono grandi discussioni e piani per il suo recupero. Cosa prova vedendolo in queste condizioni?

Ferdinando Panciatichi X. d’Aragona (F.P.X.A.): (Il Marchese osserva le grandi sale monumentali con un’espressione corrucciata, il suo sguardo si sofferma sulle pareti, sulle volte e sulle macchie di umidità). Abbandonato, dite? E da lustri? Che stupidaggine! Questo luogo non è un rudere, bensì un’opera dell’ingegno, un tempio dell’arte edificato con fervore e disciplina! Il non plus ultra della conoscenza! Vedere il frutto delle mie fatiche così sfigurato, coperto dalla coltre dell’incuria e del tempo, mi trafigge l’animo come lama gelida. Le mie visioni, le mie sostanze, il mio zelo… tutti ridotti a silenzio e macerie. Solo qualcuno con l’intelletto insano avrebbero potuto permettere questa infamia ai danni di un patrimonio con si tale bellezza. Eppur, non posso tacere che percepisco un fremito, un principio di risveglio. Quei marchingegni volanti (indica un drone che sorvola il castello) e quelle fioche luci… testimoniano che forse, tra le vostre moderne bizzarrie, vi sia ancora una scintilla d’intelletto.


G: Assolutamente no, Marchese! C’è un grande desiderio di riportare Sammezzano al suo antico splendore. Si parla molto di restauro, di come superare le sfide tecniche dovute ai materiali particolari che lei usò.

F.P.X.A.: Ah, il restauro! Parola nobile, ma sovente tradita da mani inesperte! I miei stucchi, i miei gessi, le mie superfici ornate — tutto fu forgiato in loco, con sapienza ed ardore, in fornaci ch’io stesso feci erigere per nobilitar l’opera. Codesti ornamenti non furon mai pensati per ammuffire nel disdoro, bensì per incantare lo spirito e suscitare meraviglia. V’ha sfide, sì — ed io le affrontai con studio e perseveranza, non con fretta da muratore! Chi voglia mettervi mano, dunque, s’inchini prima alla conoscenza, non alla brama. Le mie sale furono plasmate dall’Oriente, il cui linguaggio ornamentale, privo d’idolatria, raggiunse vette che l’Occidente ignora. L’umidità — eterna nemica — già all’epoca mia mi dava filo da torcere; se non la domate, essa tutto corromperà. Vi avviso: niente rattoppi moderni, né scempi superficiali. O restaurate con riverenza, o astenetevi del tutto!


G: Una delle discussioni più accese riguarda la proprietà privata e la possibilità di svolgere attività ricettive a Sammezzano. Molti si preoccupano che la sua essenza possa essere snaturata.

F.P.X.A.: (Il Marchese sbuffa, un’espressione tra l’irritato e il divertito). Proprietà privata? E che altro, se non tale? L’ho edificato io, non lo Stato! Né alcuna congrega pubblica occupata da meretrici, ladri ed esattori ben impeganti a divorar tutto! Non v’era mecenate alle mie spalle se non le finanze della mia nobile famiglia, né favore di Corte. Solo le mie mani, il mio patrimonio, la mia mente e il duro lavoro di instancabili maestanze di queste terre.
Quanto a codeste “attività ricettive”, purché non profanino con volgarità il sacro recinto dell’arte, non le rigetto a priori. Se dovranno concorrere al mantenimento della mia opera, a condizione che il decoro sia rispettato, e il silenzio del pensiero non sia turbato da gozzoviglie… allora che si proceda. Ma guai a chi vorrà farne bettola da viandanti o rifugio di baldoria! Sammezzano fu e dev’essere luogo di raccoglimento, di meraviglia, d’alto spirito. Qui soggiornò il Re d’Italia, non un villiccio qualunque! Il viandante, qui, dev’essere pellegrino dell’anima, non turista da banchetto.


G: Si discute anche molto del coinvolgimento della comunità locale. Molti vorrebbero che Sammezzano fosse un bene condiviso, un motore per l’economia del territorio.

F.P.X.A.: La comunità? Se con ciò intendete coloro che abitano queste terre e che vi sudano il pane, ebbene, se questa mia creatura potrà offrire loro dignitosa occupazione, io ne gioisco. Rammento bene come già mi feci promotore di maestranze locali, artigiani semplici ma valorosi, che ammaestrai all’arte del bello secondo i dettami ch’io avevo appreso nei miei studi e che ben m’assistirono nell’edificare la mia opera.
Che Sammezzano diventi faro per l’artigianato, per la cultura, per il rispetto della natura… sì, ciò mi onora. Ma lungi da me l’idea ch’esso divenga un parco d’infime attrazioni o un mercato da ambulanti! La dignità dev’esser la regola, non l’eccezione. Questo luogo è sacro. Chi vi accede, lo faccia con passo leggero e mente desta.


G: Marchese, il suo Castello è un simbolo dell’orientalismo in Europa, un dialogo tra culture. Cosa direbbe a chi lo vede solo come una curiosità esotica fuoricontesto?

F.P.X.A.: (Il Marchese si raddrizza sulla sedia, gli occhi brillano di severità). Una curiosità, dite? Una bizzarria da salotto? Ah, che miserabile riduzione! Sammezzano è frutto di studi eruditi, di meditazioni profonde, di viaggi dell’anima e dell’intelletto. Che si parli pure di architettura fantastica, originale e pagana, come io stesso la intendevo nel realizzarla, ma non si riduca mai a semplice curiosità! Non ho eretto un capriccio, ma un monumento all’armonia tra i mondi, mescolando complessamente il meglio dell’arti Arabo-Bizantine e Indo-Europee. Per edificarlo mi sono nutrito delle opere di Owen Jones, di von Zanth, e di molti altri spiriti eccelsi. Le mie mura parlano, se le si sa ascoltare, è non soltanto con le incisioni che vi ho disseminato. Esse raccontano simboli, evocano sapienze, ammoniscono e ispirano.
Chi qui non vede che arabeschi e colori, è cieco. Chi non percepisce il soffio di civiltà lontane, è sordo. Questo non è un teatrino d’Oriente, ma un altare alla bellezza universale. Lo sciocco ride dell’ignoto, il saggio lo abbraccia.


G: Un’ultima domanda, Marchese. Qual è il suo più grande desiderio per Sammezzano in futuro?

F.P.X.A.: (Il Marchese osserva le sue mani, poi alza lo sguardo verso il soffitto, i suoi occhi mostrano un’improvvisa malinconia). Desiderio… il mio cuore ne serba uno soltanto: che Sammezzano non perisca nell’oblio. Che non venga trattato come vecchia suppellettile dismessa, ma che torni a vibrare d’una vita nobile. Non sia dato in pasto a mediocrità moderne, ma custodito come si fa con una reliquia.
Vorrei che ogni angolo tornasse a splendere sotto la luce della conoscenza, non del mero consumo. Che l’animo di chi lo visita provasse una commozione autentica, e non soltanto un’effimera meraviglia.
Se ci sarà chi saprà amarlo con la medesima dedizione con cui io l’ho concepito, allora il mio spirito potrà riposare. In caso contrario… è meglio che lo lascino in pace!

Questa intervista impossibile ci ricorda che Sammezzano non è solo un edificio da recuperare, ma un’eredità di pensiero, un ponte tra epoche e culture, la cui rinascita è un compito che va oltre la mera ristrutturazione.

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