La storia del nostro amato Castello di Sammezzano, affascinante capolavoro di architettura eclettica, è indissolubilmente legata a quella di una grande struttura incompiuta, iniziata alla fine degli anni ’70 e situata immediatamente a nord della dimora storica: un hotel-residence mai ultimato, da molti meglio conosciuto come l’ “ecomostro” di Sammezzano. Questa imponente costruzione, attualmente un telaio scheletrico di cemento armato distribuito su quattro piani (di cui uno parzialmente seminterrato), copre una superficie complessiva di circa 8.880 metri quadrati.
La Nascita di un Progetto Ambizioso (e Incompiuto)
Dagli anni ’70 agli anni ’90 il Castello di Sammezzano è stato un ristorante ed un albergo di lusso. In quegli anni, nelle sue 17 camere, tutte ubicate al 2° piano del Castello, hanno pernottato personalità di rilievo del mondo politico, accademico e finanziario nostrano, nonché del mondo dello spettacolo. Tuttavia gli introiti derivanti dalle sole 17 camere d’albergo e dall’attività di ristorazione non risultavano sufficienti a sostenere gli enormi costi di gestione della tenuta. Per incrementare la ricettività del complesso e dunque le entrate dell’attività alberghiera, la proprietà di allora affidò al noto architetto Pierluigi Spadolini l’incarico di progettare una hotel-residence adiacente al castello, in grado di accogliere un maggior numero di ospiti. Il progetto di questo enorme edificio prese il via nel 1977 sull’area dove prima sorgeva la casa colonica denominata “Poggiolino”, che fu ovviamente demolita per far spazio alla nuova edificazione. L’idea era ambiziosa: con una volumetria assai considerevole, la struttura avrebbe raccolto 100 camere e 12 suite, oltre a tutte le attrezzature generali al piano seminterrato, come ristorante e servizi ricreativi. Secondo il progetto di business, la ricettività aggiuntiva ottenuta grazie alla messa in attività di questa nuova struttura avrebbe soddisfatto le condizioni economiche per gestire e sostenere l’intero patrimonio della Tenuta di Sammezzano. Tuttavia, mentre era in fase di costruzione, vi furono non poche proteste da parte di numerosi cittadini delle zone limitrofe, i quali lamentavano che la struttura avrebbe deturpato il paesaggio circostante. Tali proteste – di cui Italia Nostra si fece principale portavoce – di concerto all’emersione di alcune problematiche di abusivismo segnalate dalle autorità giudiziarie, ottennero come risultato l’interruzione dei lavori. Fu così che l’edificio rimase incompiuto, assumendo l’aspetto grezzo che ha ancora oggi: un’ingombrante testimonianza di un progetto inutilmente abbandonato. Conseguentemente, vista l’impossibilità di generare sufficienti introiti economici, all’inizio degli anni ’90 anche l’albergo-ristorante ospitato nel Castello venne definitivamente chiuso. Da allora a Sammezzano non è stata più intrapresa alcuna attività imprenditoriale.
Le Sfide Attuali per il Recupero
Nonostante il suo stato di conservazione, che è decisamente precario, la volumetria di questo scheletro in cemento armato è sempre stata considerata cruciale per eventuali piani finanzari di recupero della Tenuta. Sfruttare questa capacità (ovvero le sue cubature) potrebbe infatti essere utile a garantire la sostenibilità economica del restauro e del mantenimento in attività dell’intero complestto a lungo termine. Tuttavia, il riutilizzo di una struttura così compromessa presenta problemi di non poco conto, sia a livello tecnico-funzionale che architettonico-ambientale:
– Adeguamento Statico e Normative Sismiche: Le strutture in cemento armato dovranno essere interamente adeguate alle nuove e stringenti normative antisismiche, specialmente quelle introdotte a partire dal 2006, un’operazione che potrebbe richiedere interventi sostanziali.
– Altezze Interpiano Insufficienti: Le altezze interne dei piani (terra, primo e secondo) sono di soli 2,70 metri. Questo è un problema significativo, in quanto tale misura è oggigiorno assolutamente insufficiente per la tipologia edilizia alberghiera prevista e non permette un’adeguata organizzazione e distribuzione degli impianti e delle attrezzature.
– Riorganizzazione degli Interni: Sarebbe obbligatorio ripensare la planimetria e la tipologia degli interni. Il progetto di recupero dovrebbe infatti qualificare architettonicamente e funzionalmente gli spazi comuni e di smistamento, magari con l’inserimento di elementi come piazze o corti dotate di porticati e loggiati.
– Qualificazione Architettonica dei Fronti: La sfida maggiore risulterebbe integrare le nuove strutture in un contesto paesaggistico e architettonico fortemente caratterizzato dall’eclettismo di Ferdinando Panciatichi Ximenes. I fronti e gli spazi esterni dovrebbero essere ripensati per dialogare con questo stile unico, pur essendo slegati dalla tradizione locale e nel rispetto del suo naturale ambientamento.
Il Futuro: Demolizione Totale e Ricostruzione “Sul Posto”
Considerando le problematiche elencate, in particolare la necessità di adeguamento statico e delle altezze interne, l’intenzione pubblicamente espressa dei nuovi proprietari per recuperare parte delle volumetrie, è la totale demolizione dell’edificio incompiuto e la successiva ricostruzione in loco di una struttura più piccola. A differenza dell’ecomostro, la nuova struttura sarà però progettata seguendo canoni artistico-architettonici più affini al contesto circostante. Questo approccio, sebbene drastico, è stato ritenuto il più efficace per superare le sfide poste dalle normative attuali e dalle nuove esigenze funzionali del complesso.
Se da un lato la possibilità di spostare planimetricamente l’edificio in altre aree della tenuta è limitata, dall’altro risulta assai più semplice la riconfigurazione “sul posto”. L’obiettivo dei Moretti è dunque quello di riqualificare le volumetrie, favorendone un migliore inserimento nel contesto del Parco e un maggiore dialogo con le strutture architettoniche storiche vicine: il Castello, la Casina di Caccia, le altre case coloniche, ecc. Questo richiederà inevitabilmente una riorganizzazione funzionale che permetta lo spostamento degli orizzontamenti e parziali traslazioni di volumi, per ottenere una distribuzione più pertinente alle varie funzioni.
In definitiva, il futuro dell’area su cui sorge l’ex hotel mai terminato non è quello di un semplice restauro, ma di una sostituzione dell’attuale edificio con una struttura di dimensioni minori, e maggiormente adeguata sia al contesto circostante che ad un più moderno progetto di business.



