Il diritto alla bellezza e il dovere di un luogo da salvare

Nell’immenso patrimonio culturale italiano vi è anche il Castello di Sammezzano che è riconosciuto come bene culturale ai sensi del Codice dei Beni Culturali del 2004.
 
Il giornalista e storico Guido Carocci, nel 1878, annotava:
“una descrizione di Sammezzano è difficile. È qualcosa che sfugge alla tavolozza del pittore come alla penna del giornalista. C’è là dentro un non so che di fantastico, che non si riproduce, non si descrive”
. Sempre nello stesso anno, il collega Giulio Piccinini gli faceva eco:
“le pareti parlano, screziate di iscrizioni: i capitelli, le colonne, gli archi, tutto vi manda un accento, una voce. A tante meraviglie, come in tutti gli edifici orientali si aggiunge la meraviglia della parola umana. Sopra ogni pietra trovate un pensiero. Così anche le pietre par acquistino un’anima.”
 
Nonostante l’estrema bellezza di questo luogo, il Castello da quasi trent’anni versa in una situazione degrado e, purtroppo, sono sempre più frequenti situazioni simili. Sicuramente non un buon buongiorno per gli amanti del castello visto che l’unica possibilità in risposta a tale disastro, è quella di recuperare sia il concetto di tutela, da considerare non solo come qualcosa di emergenziale, sia il concetto stesso di patrimonio culturale. Il concetto di patrimonio culturale deriva direttamente dalla parola latina patrimonium, che indicava il complesso dei beni ereditati dal padre. Già nel I secolo a.C. si sviluppa un’idea di patrimonio artistico
“considerato come un inviolabile alimento della vita civile, da custodire e da tramandare alle future generazioni”
(T. MONTANARI in Costituzione incompiuta, Arte, paesaggio, ambiente).
 
Sarà, poi, il diritto romano a mettere le prime vere basi di una codificazione giuridica atta a salvaguardare il
patrimonio. A questo proposito ricordo la dicatio ad patriam, ovvero: ” il principio giuridico secondo cui quanto venga posto, anche da un privato, in luogo pubblico (per esempio la facciata di un edificio) ricade almeno in parte nella condizione giuridica di res populi romani, e comporta la costituzione di una sorta di servitù di uso pubblico. In questo modo: nel patrimonio culturale convivono due distinte componenti “patrimoniali”: una si riferisce alla proprietà giuridica del singolo bene, che può essere privata o pubblica; l’altra ai valori storici e culturali, sempre e comunque di pertinenza pubblica”.
(S. Settis in Le radici romane della tutela del patrimonio culturale).
 
A tale proposito Jean Bodin, filosofo e giurista francese, nel 1576, affermava:
“Oltre alla sovranità, a formare lo Stato concorre necessariamente qualcosa altro di comune e di pubblico: il patrimonio comune, il territorio occupato dalle città, le mura, le strade, le piazze, le chiese, i mercati, gli usi, le leggi e consuetudini, la giustizia”.
Nella Repubblica Italiana questa concezione e visione del patrimonio è stata ratificata con la promulgazione della Costituzione nel 1948 nell’art. 9:
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica [cfr. artt. 33, 34]. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
In altre parole, nel corso della storia si afferma un diritto alla bellezza in quanto, come sosteneva Romano Guardini ne “Lo spirito della liturgia: i santi segni”:
“L’opera d’arte non ha scopo, bensì ha un senso, e precisamente quello ut sit, d’essere concretamente, e che in essa l’essenza delle cose, la vita interiore dell’uomo-artista ottenga un’espressione sincera e pura. L’opera d’arte deve esssere soltanto splendor veritatis.”
 
E’ proprio per questo motivo nasce il bisogno di tutelarla, rivendicando tale diritto anche in diversi trattati internazionali sulla tutela dei beni culturali come ad esempio la Convenzione di Faro del 2005, che impegna gli Stati membri dell’Unione Europea:
a) a riconoscere che il diritto al patrimonio culturale è inerente al diritto di partecipare alla vita culturale, così come definito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo;
b) a riconoscere una responsabilità individuale e collettiva nei confronti del patrimonio culturale;
c) a sottolineare che la conservazione del patrimonio culturale, ed il relativo uso durevole, hanno come obiettivo lo sviluppo umano e la qualità della vita (…)
Il patrimonio, quindi, dovrebbe essere considerato come linfa vitale, parte integrante per la vita del cittadino.
 
Sempre Tomaso Montanari scriveva che: “È sacrosanto voler difendere Pompei, Michelangelo o la Pinacoteca di Brera perché sono «belli», o anche perché rappresentano la nostra memoria collettiva. Ma forse è più importante far comprendere che il vero motivo per cui la Costituzione li tutela e per cui noi li manteniamo con le nostre tasse, è che essi sono una scuola di cittadinanza, uno strumento di liberazione culturale, un mezzo per costruire l’eguaglianza in tutte le sue accezioni”. (op.cit.)
Da questa prospettiva nessun bene culturale può essere dimenticato e abbandonato. Purtroppo, si assiste a una delegittimazione dell’eredità culturale di cui il Castello di Sammezzano è una delle testimonianze più eclatanti. Se il Castello di Sammezzano continuerà a rimanere in questa situazione, se verrà lasciato “lentamente a sciogliersi” (cosa che sta realmente accadendo, in quanto le decorazioni del piano nobile sono prevalentemente in gesso), non sarà la
perdita di un sito dall’inestimabile valore estetico, ma morirà con esso una parte della identità umana. Dostoevskij nel suo romanzo “L’idiota” si domanda se la bellezza salverà il mondo, ma il Castello di Sammezzano è la prova evidente che non è così.
Il direttore artistico Davide Rampello, in una sua recente intervista, afferma che: “Non sarà la bellezza a salvare il mondo, ma l’uomo. La bellezza, infatti, non è a sé stante, ma è uno dei sentimenti dell’uomo. E l’uomo si muove seguendo il suo libero arbitrio. Ecco perché il mondo lo può salvare solo l’uomo, muovendosi e comportandosi in un certo modo anziché in un altro”.
 
Il Castello potrà essere salvato, e insieme ad esso tanti altri monumenti, solo se ci sarà un profondo cambiamento di mentalità e di una nuova rivendicazione a un diritto alla bellezza dimenticato negli ultimi anni. Un intervento di salvataggio di tale portata potrà avvenire solo quando si ricomincerà a pensare al patrimonio culturale non solo in termini economici o meramente estetici, quando lo studio della nostra storia non sarà più relegato alle aule universitarie, ma sarà argomento vivo, a cuore a molti. Questa possibilità, che sempre più spesso viene meno in nome di principi materialisti, salverà l’uomo e l’uomo potrà salvare il patrimonio culturale.
 
 
Agnese Giannini, laureata in “Storia e tutela dei beni artistici” con una tesi su Sammezzano intitolata: “Il diritto alla bellezza e il dovere di un luogo da salvare”

Autore dell'articolo: Francesco Esposito

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